Serena Nono

intervista di Manuela De Leonardis

 

Venezia. Figure femminili bloccate in momenti senza tempo. Un panorama di sguardi intensi, dichiarati o sottesi. La tavolozza, dominata dal bruno di Van Dyck con qualche traccia di blu di Prussia, è illuminata dal cadmio delle labbra e dai riflessi luminosi dei capelli sciolti o raccolti che possono essere anche scuri e corti. Le vesti bianche – riferimento più esplicito al reale, grinze del tessuto o fili pendenti inclusi – si connotano di altri rimandi. Fresche di pittura, le tele sono allineate nello studio che Serena Nono divide con il pittore Daniele Bianchi, amico d’infanzia. E’ alla Giudecca, nell’ex stabilimento della birra Dreher. Accanto al pannello che riunisce una serie di ritratti e autoritratti c’è lo specchio quadrato. Da sempre l’artista usa lo specchio per autoritrarsi, ricorrendo invece all’immediatezza del disegno e alla memoria della fotografia per i ritratti. Nella sua poetica è costante la vena di inquietudine che trapela dai volti che dipinge. Anche da quelli di queste fanciulle di passaggio da una fase della vita all’altra. Siamo sulla soglia della fatica esistenziale, ci sono la riflessione e il silenzio, lo stesso che avvolge lo studio. Qui i suoni della natura – le foglie agitate dal vento che urtano i vetri, i passi dei piccioni sul tetto – si alternano ad un’ampia selezione di musica di vario genere, concentrata nei tanti cd poggiati sul piano di legno che copre una vecchia vasca da bagno. Nell’angolo-cucina il bollitore è pronto per un tè alla menta, accanto l’adesivo sul frigorifero recita: make art not war.

 

Indumenti old fashion che entrano in rapporto simbiotico con il colore. Camicie da notte, canottiere bianche che appartengono alla sfera privata del femminile. Un bianco che esce dallo sfondo scuro della tela…

Il contrasto non è solo quello cromatico del bianco/nero, ma riguarda anche le emozioni che suscitano queste figure apparentemente innocenti. Hanno espressioni tra lo spaventato e l’inquieto. Un’inquietudine che nasce proprio dalla contrapposizione tra l’emozione e l’indumento che esprime l’opposto. Sono figure sospese tra l’infanzia e l’adolescenza, in quell’età in cui ci si affaccia al mondo per cercare di capirlo. Si muovono in un mondo parallelo che potrebbe essere anche di sogno. Il confine è tra la luce che illumina e descrive e l’oscurità.

 

E’ significativo il fatto che si tratti di biancheria d’epoca?

Sono più che altro cose vecchie che, invece di buttare via, ho riciclato. Pur essendo di famiglia, non hanno un valore affettivo particolare. Il bianco serve perché funziona bene come base su cui passare sopra con altri colori. Quando lavoro senza punti di riferimenti reali, come in questo caso, mi viene fuori una pittura al femminile. Forse perché è l’universo che conosco meglio.

 

Un passo indietro alla tua formazione. Perché proprio il Kingston College of Fine Arts di Londra, dove ti sei diplomata nel 1987?

Avevo quell’età in cui si ha voglia di uscire dal proprio ambiente. Londra mi piaceva molto. Ci ero già stata e avevo anche degli amici. Essendo anche di madrelingua inglese, era tutto più facile. Ero, poi, molto coinvolta nel mondo della musica pop/rock, tanto che pur essendo molto giovane  – avevo tra i diciotto e i vent’anni –  scrivevo per la rivista italiana Rockerilla, che allora si occupava molto di musica underground. Intervistai molte star, da The Cure a Siouxsie and The Banshees, Japan, Bauhaus… Il clima di Londra era fantastico.

 

Quali erano, allora, i tuoi riferimenti artistici?

Andavano dagli espressionisti tedeschi e austriaci alla scuola inglese di pittura, con quel senso della figura un po’ deformata. In ogni caso si trattava di una netta predilezione per il figurativo. In quegli anni, poi, c’era la New British Sculpture, una nuova ondata di energia che segnò una sorta di rinascimento artistico e il motivo per cui scelsi di fare scultura al Kingston College. Ricordo i laboratori fantastici dove ho potuto sperimentare qualsiasi materiale: video, legno, bronzo, plastica…

 

A Londra ci sono stati artisti con cui hai avuto relazioni più intense?

Ho avuto tanto dal rapporto che continua tuttora con lo scrittore Hanif Kureishi, un po’ la sintesi della Londra multietnica che ho conosciuto allora e che, oggi ancor di più, ne definisce i tratti. Di Kureishi mi piace anche quel senso di ironia che è fondamentale nella vita. Ironia che non ho e che, forse proprio per questo, apprezzo maggiormente in chi ce l’ha. Un’altra persona speciale che ho conosciuto allora è David Sylvester, critico e curatore che si è occupato di Francis Bacon. Parlare con lui era estremamente affascinante.

 

Sei tornata a Venezia nel 1989, quanto influisce questa città sulla tua visione artistica?

Venezia ha contribuito a farmi trovare la concentrazione. Qui lavoro bene, c’è la quiete. Al mio ritorno è stata fondamentale la vicinanza con Emilio Vedova, che mi ha aiutato a credere da subito in quello che facevo. Venezia influisce molto sulla mia pittura, anche perché le opere che continuo a guardare sono quelle di Bellini, Tiziano, Tintoretto, Veronese… Sono la mia fonte di ispirazione quando devo dipingere determinate figure. Non faccio altro che andarmele a rivedere dal vivo. Anche il senso del colore della pittura veneziana di quel periodo, in qualche modo, è entrato in me, come pure l’ossessione per i ritratti.

 

Oltre che esprimerti con i ritratti, sei un’artista che ha sempre amato autoritrarsi. L’autoritratto ha anche una funzione liberatoria?

Senz’altro, l’autoritratto è un momento di confronto con sé. Lo sguardo va al di là dell’aspetto fisico, entra dentro. Con i ritratti succede lo stesso con una seconda persona: si stabilisce un rapporto con qualcuno che magari non si conosce, ma di cui si deve captare quello che in superficie non appare.

 

Musica e pittura. Sei figlia di un compositore, omonimo del tuo bisnonno Luigi Nono, esponente della scuola veneziana dell’Ottocento, e nipote di Arnold Schönberg, musicista e artista. Quanto ha influito questa eredità familiare nel tuo percorso?

E’ stato naturale, per me, crescere in mezzo alla musica e alla pittura. Come, però, tutto questo abbia un rapporto diretto con il mio lavoro non saprei dirlo. Ho anche studiato flauto traverso al Conservatorio di Venezia. C’è stato un momento in cui mi sarebbe piaciuto fare la concertista, ma poi ho smesso. Quanto all’arte, disegno da sempre. I miei genitori mi hanno sempre incoraggiata, sia nella musica che nella pittura. Forse perchè entrambi provengono da un ambiente in cui la cultura è al primo posto. Ho avuto la fortuna di avere una casa piena di libri. Mio padre, poi, faceva parte del Comitato Centrale del Partito Comunista e per lavoro girava il mondo, soprattutto Europa dell’Est e Sudamerica, stabilendo anche rapporti con le varie realtà culturali di quei paesi. Io, mia madre e mia sorella lo seguivamo in quei suoi viaggi. Ma anche a casa nostra, a Venezia, c’era un continuo movimento di gente, soprattutto in occasione delle Biennali d’Arte. Abbiamo ospitato delegazioni cubane, vietnamite, russe, perfino gli Inti-Illimani al completo. Ricordo, pur essendo allora molto piccola, che in America Latina andammo a trovare personaggi come Siqueiros o Matta. Era naturale incontrare e frequentare artisti, entrare nei loro studi. A proposito di arte, ho ancora impresse – nonostante la mia giovane età – certe sensazioni vissute allora, come l’esplosione di colori quando nel ‘70, ad Amsterdam, visitai per la prima volta il Museo Van Gogh. Oppure alla National Gallery di Londra – avrò avuto tra i nove e i dieci anni – dove, vedendo un piccolo ritratto di giovane uomo di Botticelli, mi innamorai letteralmente di quella figura, tanto da comprarmi la cartolina che ho custodito gelosamente per anni.