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Corriere della Sera , 27 Dicembre 2006

 

L' isola dei pittori

Un’isola, nell’arcipelago di fiordi sud-occidentali della Norvegia. Alcuni artisti di diversa provenienza e formazione, l’estate scorsa, per due settimane, hanno vissuto  assieme, confrontandosi  tra loro, le alterne vicende metereologiche e la particolare natura del luogo;  producendo en plein air riparati da gazebo e tende. Quegli stessi paraggi (le isole Lofoten) da cui Pietro Querini nel 1432 importava il baccalà per diffonderlo nel Veneto.
Un simposio artistico internazionale promosso dalla cittadina di Stavanger, celebre centro scandinavo per la produzione di petrolio, organizzato dal comitato Faro project composto da Tore Jensen, Sandro Stenico e  dal critico d’arte Saverio Simi de Burgis, dal 19 agosto al 4 settembre, ha coinvolto nell’esperienza anche i  due pittori veneziani Serena Nono e Daniele Bianchi. Il tema “Views from an island” ha trascinato i partecipanti nella realizzazione di lavori che risentono dell’immediatezza e dei repentini cambi di luce di quelle particolari suggestioni nordiche. Fino al 10 gennaio la Galleria  Traghetto di Santa Maria del Giglio, a Venezia, espone i quadri  che  Serena e Daniele hanno dipinto al rientro, sulla scia ancora vivida delle emozioni vissute in Norvegia: “è stato molto interessante convivere con altri artisti su un’isola- racconta Serena- il confronto era  continuo e il nostro operare sempre esposto. Era  anche bello condividere il quotidiano: cucinare, la pesca degli sgombri e merluzzi, le  tensioni e apprensioni ; un mini reality!. La sensazione era quella di essere rimossi dalla realtà, dalle nostre rispettive realtà, e di vivere solo per dipingere”. Nei lavori di Serena, fatti di cieli e terre emerse che confondono, mutano, si fa  percepibile un’ emotività in continua fibrillazione; in sottile fusione con la sorpresa di nuovi spazi:” Esplorare l’isola, affondando nel fango, scalando rocce nere, arrivando a visioni dall’alto di tutto l’arcipelago….sentirsi isolati ma facenti parte di un’ordine naturale,  sprofondando nella natura”. Daniele Bianchi ha elaborato in modo differente la stessa esperienza visiva. La sua visione prende corpo e luce all’interno di cerchi sempre identici  scavati nel bianco della tela. Tondi plumbei e luminescenti.  Squarci di luce che muovono nelle  tonalità del grigio e  fluttuano con  intenso impatto scenografico:” Lunghe giornate di cieli plumbei; immersi nelle tonalità del grigio. Come se una velatura bianco trasparente si depositasse al suolo rendendo tutti icolori parte della gamma dei grigi: il rosso diventerà grigio rosso, il verde in grigio verde ....... Lunghi crepuscoli che aspettano una notte annunciata ma che sembra non arrivare mai. Rocce granitiche spezzate in ampi tagli ortogonali, mai franose. Modellate dai ghiacci di lontane glaceazioni. Rocce che emanano ancora quel lento e inesorabile movimento . Rocce che non temono l'onda”. Così vissuta, l’esperienza di Bianchi Rivela un forte rapporto “fisiologico” con la natura originaria di quegli spazi emersi nell’acqua. I suoi lavori filtrano e trattengono molto dei materiali compositivi di quel lembo di fiordo immerso in un arcipelago di isole:” Acqua e montagna. Non l'acqua del lago monotona e specchiante ma l'acqua del mare con le sue correnti e i suoi abitanti; l'alta montagna : gli abeti, i prati verdi, l'erica in fiore , i mirtilli. Profumi di pesce e erba tagliata” e la scelta del tondo? “Cerchio come stereotipo dell'isola. Mancanza di confini. Cerchio come spazio amniotico del ricordo, della visione”
Giovanna Dal Bon