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Avvenire, Aprile 2004

 

Serena Nono, i colori della Passione

E'un Dio tribolato e compassionevole quello che la pittrice Serena Nono ci ostenta nella sua personale a Milano, aperta fino a domenica 4 aprile presso la basilica di San Carlo al Corso (Piazza San Carlo 1, tel. 02/77330248). "Passione": già nel titolo risiede tutto il senso di questa mostra commovente e rara, che i frati Servi di Maria propongono quale meditatio quaresimale: Passione come estremo atto tragico dell'amore di Cristo per noi, qui contemplato in 16 quadri che sono veri e propri quadri di scena, stazioni di una Via Crucis o sacra rappresentazione clamante e muta; ma anche passione intesa come affettività, passionalità di un cuore di donna che nella pittura-preghiera soffre e s'offre per il proprio e altrui riscatto. In questi dipinti a olio che visualizzano le ultime ore di Gesù - dall'orazione nell'orto alla deposizione nel sepolcro - luce, aere e colori si fanno via via e inesorabilmente più opachi, spenti, lividi, giallastri, violacei, ematosi, gli scorci difficili e antigraziosi, privilegiando il dettaglio figurale piuttosto che l'armonia della composizione: la giovane artista veneziana opta per un linguaggio pittoricamente asciutto, castigato, pressoché ascetico, che sembra voler prosciugare e negare ogni compiacimento sensuale e sontuosità formale per portare il mistero della pittura oltre la fatidica soglia del silenzio. Una "pittura dell'Amen", come giustamente la definisce il teologo Bruno Forte nel testo di commento, perché davvero queste opere dimesse e bellissime esprimono un fattivo "così sia", un'adesione intima al Golgota quale sommo documento dell'amicizia di Cristo per l'umanità, del deliberato precipitare di Dio nell'oscurità fitta del Sabato santo, per poi risorgere come "gran sole carico d'amore", volendo usare l'immagine d'una celebre composizione musicale di Luigi Nono, di cui Serena è figlia, oltre che nipote di Arnold Schoenberg.
La musica, stando ai natali, avrebbe dovuto essere il destino e il fato di Serena: ma non c'è dubbio che questa sua pittura sia un "canto sospeso", per tornare a un capolavoro paterno; un canto dal dolore trattenuto, mai gridato, dove la catarsi finale - la raffigurazione del Risorto, della Pasqua - viene volutamente omessa, ma non certo negata. Nelle Sue piaghe siamo stati guariti. La fisica, carnale perentorietà dell'affermazione paolina, che è confessione dell'anima conquistata dall'Amore, trova qui il medium espressivo di un accumulo di tenebra, di una figurazione scabra, al limite del monocromo; figurazione che è tenero incrocio di sguardi e di gesti, nei cui controluce rivivono la poesia di Jacopone, la magia dei Calvari bretoni, la secchezza del medioevo cinematografico di Bergman, la pittura grondante di un Bacon rivisto con occhi italiani.

Domenico Montalto



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