Articolo GAZZETTA DI PARMA
Le lacrime
di Dio
Nel dolore, solo la purezza e l'innocenza possono orientare. Immergersi, senza fretta, in un'acqua che lavi via le scorie e i grumi, la polvere e il sudore, gli insulti e le nebbie, riportando alla gloria del vero. Fors'anche liquefarsi, cullati dai flutti del cuore, nel più ampio oceano dell'anima. Una navigazione di lacrime, per trovare finalmente la rotta. E' il senso di una mostra specialissima: "La compassione di Dio nella pittura di Serena Nono", visitabile tutti i giorni dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 19. Si è inaugurata alla Parrocchia della Trasfigurazione, durante la messa della seconda Domenica di Quaresima, quando l'architetto Bruno Adorni, al posto dell'omelia di don Pino, ha letto una versione un po' più lunga della bell'introduzione che sta ora sul catalogo dell'esposizione (insieme a un interessante scritto del teologo Bruno Forte), e si concluderà la Domenica di Pasqua.
"Questi lavori appartengono a un ciclo più ampio, di 18 tele, che ho esposto nel 2000 a Palazzo Sarcinelli a Conegliano Veneto, in una mostra a cura di Marco Goldin", spiega Serena. "E' un tema, quello religioso, che m'interessa molto, non solo perché sono credente, ma anche perché lo ritengo molto attuale: è l'umano davanti all'Altro".
Nata a Venezia nel 1964 e diplomata alla Kingston University - School of Fine Arts di Londra, dall'89 svolge l'attività di pittrice a tempo pieno nella sua città, lavorando prevalentemente sul figurativo. Ha fatto qualche capatina anche nel mondo della scenografia, allestendo alcuni spettacoli teatrali di David Riondino, e ha realizzato pure alcune sculture in bronzo e terracotta. A Parma, è la prima volta che espone e ne siamo felici: è una lettura della compassione molto femminile e delicata, spirituale e contenuta. Nasce dall'accoglimento e dalla cura: crea in ciascuno di noi una forma di contatto da identificazione.
Nella Cappella feriale, già predisposta per l'adorazione del Giovedì Santo, ci sono sei oli su tela, che ripercorrono la Passione di Cristo, introdotti dal vibrante capitolo 17 di San Giovanni: "Padre, è giunta l'ora....". In "Getzemani", c'è il profilo di Gesù in preghiera, angosciato e divino in ugual misura, che chiede che il calice gli sia allontanato ma, nel contempo, che "sia fatta la Tua volontà". Dalla schiena dolorante di "Flagellazione" esce tutta l'ingiustizia del male e il sommo significato del silenzio che non accusa e non denuncia, ma sopporta, offrendo gli spasimi al Padre. Sulla "Croce" emerge, dal buio e nella sospensione dello spazio e del tempo, il volto di Cristo, morto per davvero: uno spicchio di Storia che si fa obbedienza e affidamento.
In "Deposizione", le braccia di Giuseppe d'Arimatea, buone e giuste, reggono le spoglie mortali di Dio per dargli degna sepoltura, come si farebbe con un fratello (come dovremmo fare con ogni nostro fratello). Al cospetto dei "Piedi del deposto", si ripensa che la nostra salvezza sta nelle piaghe perché il Figlio "non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per il riscatto di molti" (Mt 20, 28). Infine, nell'abbraccio forte, lancinante e sensuale di "Pietà", ecco tutto il valore delle donne nel Vangelo, con quella loro tenerezza solerte e quell'inscalfibile lealtà e devozione al Signore; le prime ad accorrere al sepolcro e a testimoniare che il terzo giorno è resuscitato, così come aveva promesso.
E' una pittura che ci prende per mano nostro malgrado, fatta com'è del pianto della sofferenza, che cola mischiata a sangue. Ma c'è anche la bellezza di vivere tutto quel che c'è da vivere, senz'alcuna rimozione, esorcismo o balsamo lenitivo. Come Chi china semplicemente il capo, spirando, dopo aver sussurrato: "Tutto è compiuto".
Nella Chiesa grande, c'è una sola opera, introdotta da un testo di Tonino Bello su come sia importante lasciarsi evangelizzare dai bambini, che con il loro fiato sostengono il mondo, secondo il Talmud. Così come "nell'America Latina i vescovi dicono che bisogna lasciarsi evangelizzare dai poveri". Sono parole che invitano ad accostarsi ai piccoli con fede e rispetto, preoccupati di non frantumarne la delicatezza o appannarne la trasparenza: la fragilità è piena di Dio e può invertire la prospettiva comune.
La tela s'intitola "Resurrezione" e raffigura Maria di Magdala, raggomitolata dal dolore per non aver ancora compreso che Cristo è risorto, e due piccoli deliziosi angeli bambini, che le vengono incontro, annunciando la speranza (Ibsen scrisse che avrebbe dato tutte le sue poesie in cambio della preghiera di un bambino; Serena darebbe tutte le sue opere?). Si sente che è arrivata l'alba della domenica, in queste tre meravigliose presenze dai colori tenui, soffusi, quasi lattei. Anche qui c'è commozione, ma per la contemplazione della gioia imminente.
Mariagrazia Villa
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