Al di là delle apparenze
di Enzo Di Martino

 

Uno storico dell’arte ha affermato in una occasione che “quando la pittura è scesa dal muro e si è depositata sul cavalletto” – abbandonando il racconto delle grandi storie civili e religiose – giungendo dunque nella disperante solitudine dell’artista chiuso nel suo studio, “il male ed il disagio dell’esistenza sono entrati per sempre nel suo mondo”.
L’artista del nostro tempo, voleva dire quello storico, mette in gioco nel suo lavoro una partita espressiva che lo coinvolge profondamente e personalmente, sia da un punto di vista ideativo che da quello più propriamente emotivo
Una metafora, certamente, che rende tuttavia più leggibile un vasto e particolare percorso – davvero accidentato e disturbante – di molta parte dell’arte del XX secolo.
Si tratta di un itinerario scabroso ed angosciante che tende in effetti a mettere in scena gli aspetti meno rassicuranti dell’uomo e della sua personale e difficile avventura esistenziale.
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Il lavoro di Serena Nono appartiene con tutta evidenza a questo percorso che, forse per le sue personali, anche se parziali, ascendenze austriache, ha evidentemente come riferimento storico un certo momento dell’espressionismo e, più precisamente, la personalità drammatica e straordinaria di Richard Gerstl.
Come lo sfortunato artista austriaco, scomparso peraltro a soli venticinque anni, anche la pittrice veneziana volge lo sguardo “al di là delle apparenze” e indaga, insistendo nella sua “occhiata”, sugli aspetti più nascosti ed inquietanti dell’animo umano.
Non è sorprendente, perché Serena Nono sa bene che “l’arte nasce solo dalla storia dell’arte”.
I suoi volti e le sue figure hanno però probabilmente molto a che fare con la sua storia e la sua memoria personale, restituite nei dipinti con bruciante e sofferta intensità emozionale, in una sorta di segreto e coinvolgente diario per immagini.
Serena Nono si serve a questo proposito di una pittura “antigraziosa”, stratificata con passaggi di colori prevalentemente bruni, perfino volutamente “sporchi”, si potrebbe dire, passaggi che connotano i tempi di una difficile ed insistita riflessione e configurano in definitiva una sorta di simbolica “presa di possesso” dell’identità ritratta.
Manifestando per tale via un rapporto con la materia pittorica che non ricerca dunque la seduzione ma, al contrario, tende semplicemente a mettere in atto un processo secondo il quale le sembianze scivolano al fondo mentre il soggetto ritratto e la profondità salgono in superficie.
Questi volti appaiono allora riconoscibili e metaforici allo stesso tempo e, avvolti come sono in una atmosfera di indecifrabile mistero, di indicibile ed assordante silenzio, risultano portatori di sofferenze sconosciute, a volte dolorosamente restituiti in un commovente e forse liberatorio atteggiamento di preghiera.
La preghiera ed il silenzio sono forse, a ben vedere, i due termini che consentono di “identificare” queste figure e questi volti, impenetrabili nella loro solenne fissità, spesso “violentati” nelle sembianze e nell’anima, tuttavia caratterizzati da una sorta di sacrale e religiosa aura di dignità, assorti come sono nella preghiera.
E’ evidente allora che i volti di Serena Nono indicano i “testimoni” del suo tempo e della sua vita interiore, i compagni di strada della sua vicenda personale.
Nel loro mutismo essi pongono non di meno angosciosi interrogativi – all’artista ed agli stessi riguardanti – senza tuttavia fornire alcuna risposta, come avviene peraltro con le dilacerate e “terribili” figure di Francis Bacon, o con le fantasmatiche ed inquietanti “presenze” di Alberto Giacometti.
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La strategia espressiva di Serena Nono non è dunque quella di ricercare la bella forma pietrificata sulla tela ma, al contrario, quella di fare emergere nei suoi dipinti gli aspetti più segreti e dolorosamente disvelati della “persona”.
Infrangendo così lo specchio delle apparenze e rivelando per tale via il tumulto emotivo che vive “al di là”, all’interno cioé del volto e della figura.
Le sue immagini risultano così paradossalmente non descrittive ed anzi antimimetiche, avvalendosi come fanno di riferimenti ispirativi di cui l’artista non da conto, annidati come sono all’interno della sua inquieta ed eccitata immaginazione.
Sono portatrici di una sorta di paura inconsapevole e di un allarme del quale non si conosce né la natura né la ragione ed il loro fascino e la loro bellezza risultano perciò assolutamente inintenzionali.
Configurano un’opera tuttavia sempre emotivamente coinvolgente e fortemente poetica, dinanzi alla quale risulta inevitabile un rispecchiamento non cercato ma dal quale non è possibile sottrarsi.
Enzo Di Martino

Venezia, febbraio 2002

 


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