LE ORANTI DI SERENA NONO:
ICONE DELLA PREGHIERA, ICONA DELLA VITA
di Bruno Forte

 

La domanda nasce dal dolore. Dove non si fa esperienza dell’interruzione, la coscienza resta assopita in un assente letargo. Domandare, pensare vuol dire accogliere l’invito ad attraversare l’abisso: il pensare interrogante è perciò l’operazione più responsabile, più seria, ed insieme la più lacerante e faticosa che sia dato compiere all’uomo. L’identità più profonda dell’essere umano, il suo “nome” incancellabile, è la domanda: “Il mio nome è una domanda e la mia libertà è nella mia propensione alle domande” (Edmond Jabès). La lotta con la morte, che è la vita, si compie con l’arma dell’interrogazione, la sola che spinge oltre la soglia e può farci rinascere dalla nostra stessa morte: resistendo al cammino che la getta verso il nulla, la coscienza interrogante si progetta, ritrovando in se stessa la sorgente di vita più forte della morte. È questa “agonia”, è questo “amore” (non a caso in greco “agòn” e “agàpe” si incontrano nell’etimologia) il compito del pensiero indagante, la sua più alta “pietas”, in cui la coscienza diviene autocoscienza, presenza dello spirito a se stesso. La condizione dell’interrogante è quella dell’esodo verso una misteriosa terra promessa: pellegrino è l’abitatore del tempo. Di questo dolore interrogante, di questa ferita che si fa esodo e domanda, è icona la preghiera, voce dell’universale condizione umana di precarietà (preghiera da “precor, precarius”), freccia levata dalla sofferenza umana verso il cielo abissalmente profondo dell’oltre, dell’altrove. Di questa icona ha saputo farsi icona la pittura di Serena Nono: icona dell’icona dell’abisso, icona della freccia levata dalla precarietà verso il Mistero santo…
Ed insieme la preghiera è icona dell’attesa: in quanto tale essa nasce con l’uomo, il cercatore che, lottando contro l’apparente trionfo della morte, è permanentemente provocato dalla vita, lasciandosi interrogare ed attrarre dall’ultimo orizzonte. Anche qui le Oranti di Serena Nono rivelano la nuda verità della condizione umana aperta all’Altro trascendente e sovrano: in quanto l’attesa dell’Altro è contestazione radicale della vittoria della morte, essa è apertura al mistero assoluto, esperienza del grembo che avvolge l’esistere e lo custodisce più fortemente del silenzio dell’interruzione (e non sono molte delle forme delle Oranti movimenti di chi nel grembo materno gioca, lotta, riposa? Non sta qui la femminilità profonda di questa pittura?). Attratto dall’ultimo orizzonte, che lo rende pensante, l’essere umano sperimenta se stesso come “autotrascendenza”, esodo verso il Mistero che avvolge ogni cosa, desiderio e ricerca dell’inafferrabile e dell’indefinibile abbraccio, non riducibile a una cattura indiscreta. Di questo orizzonte non si può disporre: verso di esso ci si può solo porre in attesa, in ascolto. L’uomo è “la sentinella della silenziosa quiete del transitare dell’ultimo Dio” (Martin Heidegger), di quel Dio non “penultimo”, non disponibile alle nostre catture, ma altro, sovrano ed eccedente, sempre in atto di venire. Questo movimento di trascendenza non si compie nella forma di una pura e semplice necessità, di un processo dialettico che escluda la possibilità del rifiuto: la misteriosità dell’essere ultimo, il suo nascondimento nonostante la sua luminosità, è precisamente la condizione che rende possibile l’esercizio della libertà da parte dello spirito finito. L’esodo della condizione umana è cammino di libertà, scelta del desiderio e dell’attesa. Di quest’attesa, consapevole e libera, è icona la preghiera: nella condizione dell’orante, l’uomo sperimenta se stesso come libero pellegrino verso la vita, “mendicante del cielo” desiderato e cercato.
Nella stessa condizione sperimenta come la vera tentazione paralizzante sia il sentirsi arrivati, non più esuli in questo mondo, ma possessori, dominatori di un oggi che vorrebbe fermare la permanente trascendenza del cammino: “L’esilio vero d’Israele in Egitto fu che gli Ebrei avevano imparato a sopportarlo”. L’esilio non comincia quando si lascia la patria, ma quando non si ha più nel cuore la struggente nostalgia della patria. Perciò le Oranti di Serena Nono sono pellegrine dell’Assoluto, mendicanti del cielo, nelle quali la preghiera trasforma la morte in vita, perché fa delle ossa aride segnate dall’interruzione la materia viva percorsa dal fremito della resurrezione, l’inizio dell’impossibile possibilità, l’attesa che tira nel presente degli uomini l’avvenire della promessa di Dio: non a caso, il latino “oratio” rimanda alla soglia (“ora” = costa, spiaggia), alla bocca (“os”), quasi a dire che l’orante parla il linguaggio della frontiera, dove l’Altro invocato si affaccia con l’eccedenza del Suo avvento indeducibile e nuovo. Icone della frontiera, soglie sulla soglia: le Oranti invitano al passo della fede, all’audacia dell’ultimo, decisivo abbandono. E in esse a invitarci non è forse l’esperienza dell’Autrice, a Sua volta attirata dall’Altro, arresa al Dio vivente, visitata dalla grazia della Parola crocifissa, venuta dal Silenzio?

 

 


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