Dipingere l’incontro con Dio

Le “Oranti” di Serena Nono, icone della Preghiera, icona della vita.
(Università di Chieti, 19 Gennaio 2007)

di Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

 

1. È possibile dipingere Dio? La domanda appare paradossale: come può l’Infinito lasciarsi contenere dal frammento di una tela, di una linea o di un insieme di colori? Come può l’Eterno ridursi all’atto temporale e caduco di una creazione artistica, fosse pure la più alta in questo mondo? Il paradosso si ridimensiona se lo stesso interrogativo lo si formula esplicitando il soggetto e i limiti dell’atto di raffigurare: può l’uomo dipingere l’incontro con Dio? In questa forma la domanda non riguarda più la temeraria rappresentazione dell’inesprimibile, l’idolatrica riduzione dell’irrapresentabile a oggetto. Essa verte piuttosto sulla possibilità data alla creatura di relazionarsi al Creatore e di farlo non solo nella notte oscura dei sensi, ma anche nella tenebra luminosa di una conoscenza che non può far a meno di immagini e di concetti. In questa luce l’interrogativo si congiunge all’altro, decisivo e radicale: è l’uomo capace di Dio? E se è “capax Dei” in forza di quale facoltà ed in quale misura lo è propriamente? “Dipingere Dio?” diventa così una domanda sull’uomo: la domanda sull’uomo. Il drammatico confronto della fede cristiana con l’iconoclastìa, la dottrina che negava precisamente la rappresentabilità del divino e la possibilità umana di dire l’indicibile in linee e colori, fu in realtà uno straordinario confronto sull’uomo. La conclusione della crisi iconoclastica con i Concili che definirono la possibilità e perfino il dovere di rappresentare l’Eterno a partire dal suo essersi fatto percepibile e visibile attraverso la sua rivelazione storica, fino ad assumere il volto di Gesù, il Figlio nella nostra carne, fu in realtà non solo il trionfo dell’ortodossia, ma anche una grande scelta di campo della fede cristiana a favore dell’uomo.

Lo si coglie, ad esempio, nel Concilio Costantinopolitano IV dell’870: nel suo confermare la condanna dell’iconoclasmo da parte del Concilio Niceno II (787), esso afferma che “quanto in parole (en syllabé) dice il discorso (lógos) la scrittura in colori (én crómasi grafé) lo annuncia e lo rende presente” (DS 654). La prima parte dell’asserto non potrà essere negata da nessuno di coloro che credono che le parole umane siano state usate dall’Eterno per comunicarsi agli uomini: e se Dio si è fatto presente attraverso le nostre parole per parteciparsi all’essere della parola che è l’uomo, è perché ha dotato il Suo interlocutore della capacità di ascoltarlo, di comprenderlo e di accoglierne il dono. Il testo del Concilio Costantinopolitano però va oltre: come la Parola eterna si è offerta in parole umane, pur senza risolversi in esse, così la comunicazione divina non ha disdegnato di inscriversi in forme e colori, quando la vita è venuta a farsi visibile perché il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne. Dunque, l’uomo è stato fatto dal suo Creatore “capax Dei” non solo perché capace di ascoltare ciò che del divino si dice nelle sillabe del discorso, ma anche perchè in grado di vedere ciò che di Dio si mostra inscrivendosi nelle linee, nelle forme e nei colori della rivelazione storica. Come le parole “abbreviano” il Verbo che in esse si dice (“Verbum abbreviatum” chiamavano i Padri il Logos nella carne), così la linea delimita lo spazio e circoscrive una forma: il colore, poi, dà luminosità alla forma così definita, facendo emergere dalle tenebre la luce. La linea – in quanto limita e circoscrive – è “kènosi”, il colore – in quanto illumina e irradia – è “splendore”. Mentre la linea definisce la limitazione, il colore manifesta l’irradiazione: grazie alla loro combinazione, il Tutto divino può offrirsi nel frammento e il frammento ospitare in modo evocativo e simbolico la totalità dell’Eterno. È precisamente quello che avviene nella “scrittura” dell’icona; in essa la bellezza dell’Eterno si offre al tempo stesso come “kenosi” dello “splendore” e “splendore” della “kenosi”. Ecco perché la pittura sacra ha una peculiare vicinanza al discorrere in parole della fede, che tenta di dire l’indicibile senza violarlo e tuttavia veramente evocandolo.

2. Nel dipingere Dio l’artista rivela l’uomo a se stesso: la “scrittura” dell’icona e in generale la pittura sacra – proprio evocando l’avvento di Dio e la sua accoglienza nella creatura – rivela l’uomo come quell’“essere per la trascendenza”, che è “capax Dei” proprio perché in grado di uscire da sé e muovere verso l’infinitamente Altro, disponendosi al Suo pur sempre incatturabile avvento nell’ascolto obbediente della libertà e della fede. Questo movimento di trascendenza, che l’artista esprime dipingendo il sacro, è lo stesso che viene manifestato dalla capacità dell’uomo di porre domande e dunque di ascoltare la Parola dell’Eterno. In verità, l’identità più profonda dell’essere umano, il suo “nome” incancellabile, è proprio la domanda: “Il mio nome è una domanda e la mia libertà è nella mia propensione alle domande” (Edmond Jabès Il libro delle interrogazioni, Marietti, Genova 19953, 103). La lotta con la morte, che è la vita, si compie con l’arma dell’interrogazione, la sola che spinge oltre la soglia e può farci rinascere dalla nostra stessa morte: “Mi hai donato il giorno perché non potevi donarmi se non ciò che sei. / Madre, mi hai donato i giorni della mia morte. / Da allora, vivo e muoio in te / che sei amore. / Da allora, rinasco dalla nostra morte” (ib., 61). È questa “agonia”, è questo “amore” ( “agòn” – “agàpe”) il compito del pensiero indagante, la sua più alta “pietas”. La condi­zione dell’interrogante è quella del­l’esodo verso una misteriosa terra promessa. Di questo dolore interrogante, di questa ferita che si fa esodo e domanda, è espressione la preghiera, voce dell’universale condizione umana di precarietà (preghiera da “precor, precarius”), freccia levata dalla sofferenza umana verso il cielo dell’oltre, dell’altrove. Di questo movimento della mente e del cuore la pittura del sacro è chiamata a farsi cifra a sua volta: dipingere Dio è osare con le linee e i colori quello che l’essere personale osa con le parole dell’interrogazione e dell’invocazione e con il giubilo della lode. Di un tale movimento di trascendenza e di apertura all’interlocutore divino ha saputo farsi testimone la pittura di Serena Nono: proprio così essa è icona della freccia levata dalla precarietà verso il Mistero santo, come avviene nelle sue Oranti, splendide figure dell’interrogazione, rappresentazione densa dell’impotenza che spera e che sperando invoca.

3. Nel dipingere l’incontro con Dio l’artista riconosce l’uomo come finitudine aperta: attratto dall’ultimo orizzonte, che lo rende pensan­te, l’essere umano sperimenta se stesso non solo come “auto-trascendenza”, esodo verso il Mistero che avvolge ogni cosa, ma anche come desiderio e ricerca dell’inesauribile abbraccio, apertura a una risposta mai riducibile a una cattura indiscre­ta, finitudine aperta. In questo senso si potrebbe definire l’uomo come “la sentinella della silenziosa quiete del transitare dell’ultimo Dio” (Martin Heidegger), il mendicante del cielo in attesa del Dio non “penultimo”, non disponibile cioè alle nostre catture, ma altro, sovrano ed eccedente, sempre in atto di venire. Di questa medesima attesa le linee e i colori della pittura del sacro possono farsi rappresentazione: la preghiera come “exspectatio creaturae” nasce con l’uomo, il cercatore che, lottando contro l’apparen­te trionfo della morte, è costante­men­te provocato dalla vita, perché si lascia inquietare ed attrarre di continuo dall’ultimo orizzonte. Così, le Oranti di Serena Nono sono memoria visiva della verità della condizione umana in quanto fatta per l’Altro trascendente e sovrano: “Feristi cor nostrum ad Te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te” – “Hai fatto il nostron cuore per Te ed è inquieto il nostro cuore finché non rioposa in Te” (Agostino, Confessioni, 1, 1). In quanto poi l’attesa dell’Altro è anche contestazione della vittoria della morte, apertura umile e netta al mistero assoluto, essa ha il sapore della ricerca di un grembo che avvolga l’esistere e lo custodisca più fortemente del silen­zio dell’interruzione: non a caso, perciò, molte delle Oranti evocano movimenti di chi nel grembo materno gioca, lotta, riposa. Sta forse qui la femminilità sorgiva di questa pittura. Ed anche per questo gioco del desiderio e del bisogno d’amore, il movimento di trascen­denza significato dalla preghiera e rappresentato dalla pittura del sacro non si compie mai nella forma di una pura e semplice necessità, che escluda la pos­sibilità del rifiuto. La mi­steriosità dell’essere ultimo, il suo nascondi­mento nonostante la sua luminosità, è precisamente la condizione che rende possibile l’esercizio della libertà da parte dello spirito finito che invoca ed attende. Così, nella condizione dell’orante, l’uomo sperimenta se stesso come libero pellegrino verso la vita, “mendicante del cielo”. E così anche le Oranti di Serena Nono trasmettono visivamente il senso di una leggerezza, che ha intatto il sapore della libertà e della gratuita scelta d’amore orientata verso Dio.

4. Dipingere l’incontro con Dio è lotta, agonia, agape. Nella invocazione e nell’attesa, espressioni del movimento di trascendenza costitutivo dell’essere umano, si affaccia però anche la tenta­zione sempre incombente di volersi arrivati, non più esuli e pellegrini, ma possessori di un oggi che vorrebbe fermare il cammino: “L’esilio vero d’Israele in Egitto fu che gli Ebrei avevano imparato a sopportarlo”. La preghiera è agonia e lotta proprio per resistere a questa possibile seduzione, che attira il cuore come ingannevole riposo e affascina la mente come luminosità falsamente appagante. La pittura dell’incontro con Dio può ben rappresentare questa agonia e anche in questa forma essere una pittura del sacro, nel suo tratto specifico di “fascinosum et tremendum” che suscita attrazione e lotta, stupore e timore. Ne sono esempio ancora le Oranti di Serena Nono, rappresentate sempre come pellegrine dell’Assoluto, nelle quali la preghiera trasforma la stasi mortale in vita, facendo delle ossa aride segnate dall’interruzione la materia viva percorsa dal fremito della resurrezione, l’apertura all’impossibile possibilità divina, l’invocazione che tira nel presente degli uomini l’avvenire della promessa: non a caso, il latino “oratio” rimanda alla soglia (“ora” = costa, spiaggia), alla bocca (“os”), quasi a dire che l’orante parla il linguaggio della frontiera, dove l’Altro invocato si affaccia con l’eccedenza del Suo avvento indeducibile e nuovo. Icone della frontiera, soglie sulla soglia: le Oranti invitano al passo della fede, all’audacia dell’ultimo, decisivo abbandono. Proprio così esse sono pittura del Sacro: e in esse a invitarci è forse l’esperienza stessa dell’Autrice, attirata dall’Altro, arresa alla ricerca di Dio, in ascolto della Parola crocifissa venuta dal Silenzio. Biografia dell’anima, la pittura del sacro è autoritratto dell’uomo, immagine di Dio: proprio così, è pittura dell’incontro con Dio, come Dio è colto nell’atto della fede che invoca, nel gesto silenzioso ed eloquente della carità che spera e che dona. È insomma possibile dipingere l’incontro con Dio perché l’uomo è capace di Lui proprio nel segno dell’impotenza che attende e che proprio così si fa invocazione e si apre alla lode. È soprattutto possibile dipingere l’incontro con Dio perché Dio è venuto incontro all’essere della trascendenza che è l’uomo: in quanto la capacità umana di interrogare e ascoltare è stata abitata una volta per sempre dalla Parola venuta a mettere la sua tenda nelle parole degli uomini, queste parole – in sillabe o in colori – sono state manifestate come in grado di portarne il peso. E questo peso – che fa osare la parola della fede e la scrittura dell’icona – è il giogo che solo può renderci liberi. Perciò, la pittura del sacro è un inno alla libertà e una cifra del dono che redime la libertà stessa e la rende non meno, ma più libera. Libera per il mistero del Dio tre volte Santo.

Conclusione – Dipingere l’incontro con Dio è dunque un atto non solo possibile, ma anche capace di aprire le porte del cuore con discrezione e umiltà al Mistero più grande. Ad una condizione, però: che non sia compiuto come pretesa su Dio, quasi magica cattura di Lui, ma sempre e solo nel segno dell’invocazione, dell’impotenza che spera e che credendo accoglie l’Amato nel Suo gratuito darsi. Non l’idolo, ma il roveto ardente è la dimora di Dio; non la debolezza di Aronne che cede al bisogno di rassicurazione del popolo nel deserto, ma la fortezza umile di Mosé, che riduce l’idolo in polvere per ricordare come davanti al rivelarsi divino si debba stare a piedi scalzi, consapevoli dell’abisso che ci separa dal Creatore, ma anche del dono che l’Eterno ha fatto al suo popolo. È questo il tema del Moses und Aron di Arnold Schönberg, l’inventore della musica dodecafonica, il nonno per via materna di Serena Nono. Una pagina della sua straordinaria opera letteraria e musicale ben rende il senso che in pittura hanno voluto evocare le Oranti di cui si è qui detto. A parlare contro il debole Aronne, accondiscendente verso la tentazione idolatrica, è Mosé, l’irriducibile campione della fede nel Dio unico e trascendente, le cui parole suonano come un invito a custodire l’eloquenza silenziosa delle Oranti, il messaggio detto non “in sillabe”, ma con la “scrittura dei colori”, che ben rappresenta il “deserto” della ricerca, dell’invocazione e dell’attesa di Dio:

 

Moses
Kein Bild kann dir ein Bild geben
vom Unvorstellbaren.
… 

Aron
Volk, auserwählt dem Einzigen,
kannst du lieben,
was du dir nicht vorstellen darfst?

Moses
Darfst? Unvorstellbar, weil unsichtbar;
weil unüberblickbar;
weil unendlich;
weil ewig;
weil allgegenwärtig;
weil allmächtig…

Reinige dein Denken,
lös es von Wertlosem,
weihe es Wahrem…

In der Wüste wird euch die Reinheit
des Denkens nähren,

Vergeh, du Abbild des Unvermögens,
das Grenzenlose in ein Bild zu fassen!

In der Wüste seid ihr unüberwindlich
und werdet ihr das Ziel erreichen:
vereinigt mit Gott.

Mosè
Nessun’immagine può darti un’immagine
dell’Irrafigurabile
… 

Aronne
Popolo eletto per l’unico Dio,
potrai amare
quel che non t’è consentito raffigurarti?

Mosè
Consentito? Irrafigurabile, perché invisibile;
perché incommensurabile allo sguardo;
perché infinito;
perché eterno;
perché onnipresente;
perché onnipotente…

Purifica il tuo pensiero,
distaccalo da tutto ciò che è senza valore,
consacralo al vero…

Nel deserto la purezza del pensiero
vi nutrirà,

Dissolviti, o effigie dell’impossibilità
di cogliere l’Illimitato in un’immagine!

Nel deserto sarete invincibili
e raggiungerete la meta:
congiungervi con Dio.


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