Volti della preghiera
Carmelo Mezzasalma


Proust ebbe a scrivere, a proposito della pittura, questa penetrante osservazione: «Un quadro è una specie di apparizione d’un angolo di un mondo misterioso, di cui conosciamo alcuni frammenti che sono i quadri dello stesso artista». Questo mondo misterioso che l’artista ci presenta solo in alcuni frammenti è dato soprattutto dal colore della tela che diventa, nell’immaginario, il colore del mondo. È anche il tema della celebre sonata di Vinteuil, nella Recherche, e cioè quell’angolo, quella musica udibile solo nel silenzio dell’anima, è la vera patria del poeta dove, prosegue Proust, «l’ispirazione è il momento in cui egli può penetrare in quest’anima più profonda», mentre il lavoro dell’artista rappresenta lo sforzo per dimorarvi interamente. L’osservazione di Proust ci è venuta in mente, quasi improvvisamente, guardando queste Figure Oranti di Serena Nono di cui, con grande finezza, Bruno Forte ha scritto che sono «icona dell’icona dell’abisso, icona della freccia levata dalla precarietà verso il Mistero santo». Così, le immagini della giovane pittrice veneziana, tese tra il qui e l’Altrove, si stagliano, innanzitutto, su quel colore del mondo che è davvero drammatico, sebbene talvolta la luce irrompa disegnando tonalità più aperte, quasi sempre tendenti a un pallido verde o a un dolcissimo azzurro. Di fatto, queste figure di oranti emergono al nostro sguardo, quasi colte dalla stessa artista tra l’evidenza e la sorpresa di quella soglia misteriosa della preghiera o della supplica, ma rese evidenti dal ritmo delle mani che si aprono o si stringono o che, perfino, si raccolgono in un gesto di relazione umana ugualmente supplice e interrogante.

L’evidenza e la sorpresa, dunque, che già Roger Caillois poneva come il segno indistruttibile della vera arte che ama costruire e solo costruendo raggiunge lo stile. E non c’è dubbio che reca sorpresa proprio questo stile pittorico di Serena Nono che, pur non ignorando le modalità raggiunte dall’arte moderna, privilegia l’immagine nel senso che non spetta a lei decidere del tutto del suo contenuto, ma si lascia guidare da un’istanza più alta e più profonda che l’immagine cattura e trasfigura. Si potrebbe dire tutto questo con le espressioni suggestive di Vincenzo Vitiello che pensa il senso delle ferme immagini di Serena Nono: «La preghiera parla a Dio, e, parlando a Dio, porta Dio alla parola. Porta Dio alla propria parola, finita, come tutte le parole, perché nomina Tu l’Altro che è l’Oltre ogni oltre, l’Eccedente, l’Eccessivo, l’Innominabile. E, nominandolo, gli si approssima. In una prossimità che è custodia di lontananza». Bellissima, particolarmente, quest’ultima espressione, “custodia di lontananza”, poiché la preghiera cristiana è il luogo d’un dramma paradossale: è l’incontro, colmo di pace, tra l’irrompere di Dio nella vita e, al contempo, la febbrile domanda dell’uomo che, scrutando la propria anima, sperimenta la diversità dall’Altro da sé, il Dio che ama e chiede amore. In questa prospettiva, la ricerca artistica e quella di una forte e autentica relazione con Dio, sono per Serena Nono il segreto da svelare e la strada di una conoscenza feconda che Anna Maria Ortese chiamava “il mistero del mondo”. Del resto, in un breve scritto programmatico che s’intitola Del desiderio di dipingere la preghiera, la pittrice esprime con parole sue ciò che noi effettivamente sperimentiamo guardando le sue tele di figure oranti: «Credo che il lavoro di un artista sia un percorso di ricerca, animato dal desiderio di conoscenza che spesso, invece di procurarci risposte, ci muove. Inoltre è alquanto enigmatico il processo creativo, sicuramente c’è una struttura in cui si procede: l’idea, la ricerca, l’abbozzo, dar forma all’abbozzo e scegliere la forma, la conclusione, ma spesso capitano soluzioni inaspettate e non premeditate nemmeno, a volte, volute. Questo è l’aspetto misterioso e prorompente del mio lavoro. Non ho il controllo dell’idea». È una dichiarazione di passione e di umiltà allo stesso tempo, quella passione e quell’umiltà che sono necessari oggi all’artista in un mondo divenuto convulso e frenetico, ma che nel fondo cerca disperatamente le sue risposte alla domanda di senso. Dipingere e pregare, allora, diventano per Serena Nono il luogo per eccellenza della sua interiorità sofferta, ma carica di uno slancio che muove la nostra indifferenza e ci commuove in virtù anche di quel tratto del suo pennello che scava dentro le sue figure con determinazione, partecipazione e abbandono.

Certo, per una valutazione realmente estetica di questa pittura di Serena Nono, occorrerebbe qui richiamare tutti i contributi critici che l’hanno accompagnata con sorprendenti intuizioni e delucidazioni, ma alcuni nomi non vanno dimenticati oltre quelli di Bruno Forte e di Vincenzo Vitiello che abbiamo già ricordato. In ogni caso, vengono alla mente i nomi di Antonio Luccarini, Enzo Di Martino, Mario Fortunato, Agnes Kohlmeyer, Annamaria Orsini, che hanno saputo cogliere subito quest’arte che si costituisce come forma di conoscenza, luogo di percezione, visione di sapienza e di speranza, con i suoi confini mobili e flessibili, obbligati e liberi. Ma c’è anche una formidabile intuizione di Daniele Del Giudice che ci porta al cuore della necessità del dipingere e pregare di Serena Nono in Figure Oranti: la gestualità del suo dire pittorico. Ha scritto, infatti, Del Giudice: «Parole in piedi di fronte alla pittura, come ogni spettatore; osservano, ascoltano ciò che irriducibilmente non è parola, stupite e rallegrate dal parlare stesso e misterioso del tuo dipingere». Perfetto! Qualche anno fa, lo storico dell’arte André Chastel ha pubblicato un libro dal titolo Il gesto nell’arte (Laterza, Bari 2002), rilevando come il gesto delle mani, nella pittura quattro-cinquecentesca, fosse tutt’altro che un espediente tecnico per mettere in evidenza i contenuti dell’iconografia sacra. In realtà, il gesto delle mani è il luogo in cui l’artista coinvolge più direttamente lo spettatore nella comune condizione umana alla ricerca di quella verità da cui viene incalzata e protetta. Proprio quella verità che è valida per tutti, come è detto nel primo dei Kindertotenlieder di Rückert, musicati splendidamente da Mahler, attraverso il dolore accettato e condiviso: «Non stringere in te il tuo dolore, / immergilo nel comune dolore». Anche la gestualità delle Figure Oranti di Serena Nono si protende verso il possibile spettatore con una sua misura di pudore ma anche di necessità: mani aperte, mani che abbracciano, mani giunte, mani raccolte sopra un libro, quasi a dire che l’esistenza umana non è governata solo dalla razionalità ma soprattutto dalla passione, dal patire quella sosta sulla soglia dell’invisibile. Ed è questo il gesto e l’appello silenzioso che le Figure Oranti di Serena Nono, nel loro oscillare chiaroscurale, sullo sfondo cupo o dilatato del mondo, vogliono consegnarci perché anche noi possiamo accostarci a quella soglia misteriosa ove l’arte stessa si nutre degli interrogativi umani per alzare il velo su quel venire di Dio nelle nostre ferite e nelle nostre speranze, secondo l’immagine di una poesia di Richard Dehmel: «Nel profondo pozzo della sorgente / vede, distinta, l’immagine, contornata dal buio. / Bevi! L’immagine svanisce, / zampilla la luce».

 

Carmelo Mezzasalma

 

 


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