Le figure Semplici

 

Figure e ritratti. E’ nella semplicità della forma che Serena Nono trova l’essenza dell’essere umano: negli ovali perfetti dei visi, nella nudità di corpi magri e scarni, nella fissità dei gesti bloccati sulla tela in un’atemporalità che permette di oltrepassare il lato immediatamente leggibile della composizione e di accedere a quello più nascosto. E’ il mistero della vita che si disvela. Pochi, sicuri e lenti gesti pittorici compongono sulle tele figure di donne, nude per lo più, corpi che scaturiscono da un fondo scuro, quasi nero. Corpi che si materializzano con l’intensità di un pensiero sognante, con la forza di una preghiera, illuminati da una luce propria, luce proveniente dalla materia di cui sono dipinti, spessa, vibrante e quasi magmatica nelle opere della fine degli anni ‘90 del ‘900 di cui in mostra vi sono alcuni esemplari e dei primi anni del 2000, più fluida nelle ultime esperienze. Preghiera che è, nel ciclo degli Oranti, raccoglimento: capo chino, occhi chiusi, mani giunte; meditazione su sè: silenzio e sospensione;  anelito verso lo spirito fonte di vita: slancio verso l’alto, sguardo trasognato, senso del sacro.

La pittura di Serena Nono non è solo emozione, è ricerca della bellezza nell’attenta considerazione della mutevolezza della vita stessa nel suo veloce procedere: lo sguardo svagato e innocente dei bimbi si riempie d’inquietudine in quello delle adolescenti, “piccole donne” sospese tra il mondo conosciuto e l’ignoto, inconsapevoli ancora di ciò che riserva loro il futuro. Figure slanciate, rese materiche dall’apposizione di indumenti candidi, raccolti dal guardaroba dell’artista stessa, vesti rese immacolate dalla pittura bianca apposta con gesto perentorio, corpi che si stagliano dallo sfondo buio, in cui la contrapposizione tra bianco e nero crea una sorte d’inquietudine nel dualismo tra assenza e presenza, metafora di quel passaggio di vita. La malinconica solitudine delle adolescenti si sviluppa poi nel caldo e silenzioso abbraccio della coppia di amanti, legata saldamente in un unicum apparentemente inviolabile ed eterno.

Non c’è dubbio che la sapienza pittorica di Serena Nono arrivi da lontano. In lei esiste il dono della sintesi, la volontà cioè di distillare nei corpi e nei volti l’essenza del soggetto. Via percorsa dai grandi artefici della modernità degli inizi del 1900 e che oggi più che mai ritorna per quel bisogno di sfrondare degli inutili orpelli ogni elemento della nostra esistenza, consci ancora una volta di quanto importante sia raggiungere l’intima essenza delle cose, di quanto sia fondamentale far risuonare in ognuno di noi quella necessità interiore che Kandinsky ritrovava nella sua pittura e nella musica di Arnold Schonberg, nonno di Serena. Una ricerca che Serena Nono affronta in chiave contemporanea,

cercando fonte d’ispirazione nei maestri del passato che può vedere a Venezia, sua città d’origine, la semplice bellezza di Bellini, l’inquietudine vibrante di Tintoretto, il senso tonale del colore, il caldo abbraccio della luce veneta, mescolati  alle ricerche del primo novecento austriaco e tedesco, fino alle esperienze londinesi degli anni al Kingston College of Fine Arts, dove si è diplomata in scultura, spunti che elabora per creare un linguaggio autonomo e assolutamente riconoscibile che la conduce inesorabilmente verso un cammino spirituale che si è concretizzato nel ciclo degli Oranti e che si sta sviluppando come nell’ultimo gruppo di figure dipinte su tele verticali nelle loro chiara e misurata essenzialità,  sempre più nella ricerca di una via alternativa che ancora una volta ci porta indietro nel tempo: “La grande semplicità della forma è qualcosa di meraviglioso. Oggi più che mai ne sono affascinata, forse perchè è lì, in mezzo alla natura, nella sua semplice regalità e non le occorre altro” (Paola Modersohn Becker, Pagine di diario, 1906)

 


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