Le figure Semplici

 

Respirano quasi, bianche presenze di un’assenza, le figure umane, «troppo umane», di Serena Nono. Passano, luminose per interno fervore, uscendo da zone d’ombrae fluttuano lievi nel tempo intrattenibile, dense di ricordi e immaginazioni affioranti, intrise di quotidiano (la camicia da notte, il corpetto di pizzo, la maglietta con il coccodrillino, sono indumenti che, prima di essere inglobati nella pittura che le plasma, erano nel guardaroba di Serena), irradiano luce. Visioni enigmatiche in cui la limpidezza incontra il mistero, protagoniste di un racconto acceso, stabiliscono con il visitatore un contatto di sguardo difficile da eludere. Sono donne e sono uomini che rivelano profonda la coscienza dell’essere che sa accogliere, trasformare e pacificare la sofferenza dell’esistere. Niente è fermo, c’è vita solo nella tensione continua, in un gesto, uno slancio, un pensiero spinto verso qualcosa che si intuisce oltre i permeabili confini del visibile e che, in un attimo, illuminina tutto di senso.

Dipinge da quando era bambina, Serena; l’arte sembra essere per lei destino e scelta ineludibile, le sue radici affondano nei territori della musica: suo nonno materno, Arnold Schönberg, dipingeva, frammentando tocco e colore, prima di divenire in musica padre della scomposizione armonica della dodecafonia; suo padre, Luigi Nono, è pioniere in Italia dell’avanguardia musicale, e il bisnonno paterno, ancora Luigi, che si firmava IX, è stato protagonista a Venezia della svolta rivoluzionaria che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, ha portato la Scuola veneziana alla pittura del vero.

Nel suo studio d’artista alla Giudecca, angolo appartato di un ex stabilimento di birra, oltre un ponte, passata l’acqua, al cavalletto Serena accosta paste cromatiche e segni in una sostanza-colore dissonante e aggregante che, come succede nelle cose della vita, plasma l’esistere e distilla poi volti e corpi che, all’apparenza diafani, sono fatti di carne, sangue e spirito.

Il fondo, non identificabile come luogo, è il buio da cui fragili adolescenti si affacciano alla vita adulta, è il mistero dell’esistenza che si comincia ad attraversare con trasalimento pieno d’amore e stupefatta inquietudine della scoperta. Del sé e del mondo. Ma è anche il nero dei ritratti del passato su cui si stagliano i personaggi in posa di Tiziano e di Tintoretto. Non luogo ma tempo, immemorabile. Dallo sfondo germina e si riflette, energica e pulsante, la materia di vita che lascia tracce nell’anima e aderisce al corpo dell’effige che prende forma. Le pennellate penetrano la pelle di anime silenziose che incarnano storie, sentono e ti fanno sentire. «Se avessi la levità di una fanciulla», scriveva Alda Merini, e nella pittura della Nono scopriamo che la levità ha spessore.

I nudi scarni di Serena, suoi ultimi lavori, occupano la verticalità della tela impregnando di sé l’angusto spazio con semplice plastica posturale che articola verso l’alto la loro dinamica interna o raccoglie il fisico in posa pensosa. Sono corpi impaginati in una stasi satura di tensione dinamica. Idoli, esibiscono naturalmente la loro smagata nudità, come ostentata sfida che va oltre ciò che è effimero e immediato. Se hanno volti ti fissano, oppure ti voltano le spalle e riflettono la luce del tuo sguardo.

L’arte, per Serena Nono, esclusa ogni deriva decorativa, è funzione sacra che si concreta in poetico atto d’amore, come nei folgoranti abbracci di individui che, stanchi di scandagliare la verità – «la verità vi prego sull’amore» –, godono del piacere che è assenso alla vita, riposo, plenitudo.


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