I corpi e i volti

di Chiara Valerio

I dipinti di Serena Nono e Nicola Golea, la prima volta che li vedo, stanno ciascuno nella metà di una stanza al primo piano di una casa della Giudecca, e d’abbrivo sembra che da una parte stiano i corpi – orizzontali e scuri si confondono con le onde – e dall’altra, le teste – volti ieratici, in primo piano, con occhi spalancati e bocche semiaperte, espressioni stanche pure di rivendicazione. Quindi, immediatamente – nonostante le differenze di tratto e probabilmente di intenzione –, la visione è stata unitaria. Subito un’occasione (la stanza unica), poi una abitudine (raccordare la testa al corpo) hanno fatto sì che i lavori di questi due artisti, mi siano giunti insieme.

Sono volti e sono corpi, ciò che manca è ciò che ciascuno deve mettere, per sé, ogni volta, nel comprendere e raccontare ciò che accade: la voce umana. Il lavoro di Serena Nono e Nicola Golea si completa in quello che si dice o si esclama quando si sta davanti ai quadri (alcuni più grandi, alcuni più piccoli, come capita con gli esseri viventi incontrati per la strada). Quello che vogliono fare – e che, comunque, hanno fatto – è mettere in scena il quotidiano di migliaia e migliaia di persone che ogni giorno intraprendono un viaggio e, da culture e lingue diverse, approdano, a decine e decine, sulle nostre coste, nella nostra cultura e nella nostra lingua che si rivelano però sempre più inadeguate.

Così, se non capiamo lo straordinario, forse possiamo capire il quotidiano. Se non capiamo l’epoca, forse possiamo tentare di capire poche ore del giorno.

Il loro – il giorno dei viventi, dei viaggianti – è scandito da naufragi, soste nei centri di smistamento, fughe attraverso spiagge invernali abitate da rami lisci come ossa, cani, cespugli disordinati e salmastri che spesso hanno la funzione di reti raccoglitrici di stracci. Il loro giorno è scandito da attese in celle o stanze. La rappresentazione che Serena Nono e Nicola Golea hanno scelto è una quella dell’attesa. Un’attesa definita per chi vive. Un’attesa indefinita per chi è morto. 

I dipinti di Serena Nono sono corali, corpi in mare, volti a disegno e pennello su fogli bianchi, una fisiognomica dei viventi, affogati o affoganti diversi da noi eppure uguali, corpi onda, teste creste, arti pesci, ma non è un tratto surrealista, e quello che la voce umana racconta mentre guarda. I dipinti di Nicola Golea sono pannelli di un annuario senza scuola e senza adolescenti. Un annuario del naufragio, anzi di chi è approdato perché a ben guardare i fondi sono stanze, riquadri di finestre, talvolta sbarre. 

Simone Weil osservava, ne L’Iliade o Il poema della forza, che si va incontro a un corpo umano diversamente a come si va incontro a un palo o a una buca delle lettere, che ci si comporta, nei confronti di un corpo umano, diversamente che di fronte a un oggetto. Così, in questi corpi e in questi volti – e grazie all’eco di questo luogo che è la sede veneziana di Emergency – l’impressione non è di essere di fronte a un dipinto, ma di fronte a corpi umani rispetto ai quali non abbiamo capito come comportarci e non siamo in grado di eseguire i movimenti adatti.


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