Serena e Nicola hanno dato volto e corpo a quelli che troppo spesso vengono declinati sempre al plurale: clandestini, negri, invasori, terroristi, criminali… Non è cosa da poco, è squarciare un velo, è costringere chi respinge, chi semina odio a guardare gli occhi, la piega della bocca, il corpo spesso offeso di ogni singolo migrante. Viene facile, anche se facile in questo caso diventa bestemmia, urlare alle centinaia di persone che affollano un hotspot o a quelle strette una all’altra su una barca “ Non vi vogliamo. Tornate a casa vostra.” Altra cosa è dirlo guardando negli occhi un uomo o una donna o un bambino; altra cosa è dirlo dopo aver ascoltato la storia del viaggio, della partenza da casa (che casa? Casa quasi sempre distrutta dai bombardamenti o costituita da un tetto di fortuna su terra battuta o, anche, se casa con muri, porta e finestre,  senzanulla da mettere in tavola), dei soldi estorti dai trafficanti , del deserto da attraversare, dei tanti confini da superare, delle galere della Libia, dove la tortura e lo stupro sono cosa ordinaria, dell’illusione di essere quasi salvi quando si sale su un gommone.

Esistono emigranti felici? -chiedeva Predrag Matvejevic – Io non ne ho mai conosciuti. Ma ho conosciuto molte persone felici di emigrare e angosciati dal destino che li aspetta…Il Paese che li ha accolti non è la loro patria e quello che hanno lasciato ha smesso di esserlo.”

Cito spesso Attiq Rahimi che  in Grammatica di un esilio , definisce in maniera perfetta l’esilio” Era notte, una notte fredda, sorda. Tutto ciò che sentivo era il rumore felpato dei mie passi ghiacciati sulla neve. Fuggivo dalla guerra, sognando un altrove, una vita migliore. Silenzioso, ansioso, mi avvicinavo a una frontiera nella speranza che il terrore e la sofferenza perdessero le mie tracce. Una volta alla frontiera, il passatore mi disse di dare un ultimo sguardo alla mia terra natia. Io mi fermai e guardai indietro: tutto ciò che vedevo era una distesa di neve con le impronte dei miei passi. E, dall’altra parte della frontiera, un deserto simile ad un foglio di carta vergine. Senza impronta alcuna. Mi dissi che l’esilio sarebbe stato così, una pagina bianca da riempire. Una strana sensazione s’impadronì di me. Insondabile. Non osavo più avanzare né indietreggiare. Ma bisognava andare! Non appena attraversai la frontiera il vuoto mi risucchiò. E’ la vertigine dell’esilio, mormorai nel profondo di me stesso. Non avevo più la mia terra sotto i piedi né la mia famiglia tra le braccia, né la mia identità nella bisaccia. Niente.

Inoltre, qui, alla Giudecca, di fronte a Serena, il pensiero non può non andare a Caminantes di Luigi Nono e, in particolare, al testo di Antonio Machado “Caminante, son tus huellas 

el camino y nada mas; 

caminante, no hai camino, 

se hace camino al andar. 

Al andar se hace camino, 

y al volver la vista atràs 

se ve la senda que nunca

 se ha de volver a pisar. 

Caminante, no hai camino, 

sino estelas en la mar…” .

Ringrazio davvero Serena e Nicola per il grande dono fatto a Emergency con questa mostra e li ringrazio anche per aver seguito con continuità  le iniziative che abbiamo organizzato nella sede di Emergency della Giudecca e avere  già partecipato con altre proposte culturali (Ospiti, Venezia Salva). Del resto con Serena e con l’Archivio Nono si è creata una consuetudine di collaborazione in occasione del Festival Nono. 

“Conoscersi” si intitolava la rassegna che ha inaugurato nell’aprile 2018 l’offerta culturale di Emergency alla Giudecca. L’abbiamo chiamata così perché siamo convinti che per capire quello che succede nel mondo e per fare bene anche quando si va lontano, è bene conoscere il contesto in cui si vive, il territorio, le persone che lo abitano e  valorizzare quanto di bello e di buono viene fatto.  

La reciproca conoscenza è anche il principale antidoto alla diffidenza, alla paura, al respingimento. 

Contemporaneamente volevamo/vogliamo far conoscere Emergency. Emergency  è nata nel 1994 per portare aiuto alle vittime delle guerre e della povertà. Da allora è intervenuta in18 Paesi  e ha costruito ospedali, centri chirurgici, posti di primo soccorso, poliambulatori, ambulatori mobili. Emergency cura persone gratuitamente, realizza e gestisce ospedali e poliambulatori, forma il personale sia internazionale che locale  e la sua massima ambizione è quella di diventare inutile. 

Emergency ha anche lo scopo di promuovere una cultura di pace e di solidarietà e i diritti umani .  Qui alla Giudecca sviluppiamo questo secondo fine statutario e per far maturare il rifiuto della guerra e l’affermazione dei diritti a partire  dalle persone  più deboli e fragili, usiamo tutti i linguaggi, dalle arti visive al cinema, dal teatro alla letteratura, alla musica.  Abbiamo inoltre l’ambizione di concorrere allo sviluppo di una  produzione culturale radicata nel territorio  perché siamo convinti che Venezia non possa essere solo vetrina di quello che si fa altrove né tanto meno solo meta turistica.

Serena e Nicola colgono con Senza Poesiail senso stesso della presenza della sede di Emergency a Venezia.


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